Max, papà Metropolitano Milanese, è alle prese con i cani che la fanno da padrone ai giardini pubblici. E con la difficile arte di capire se i loro padroni sono pericolosi
Nella mia vita, se si escludono gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza, non ho mai riposto un grande interesse nei giardini pubblici. Non che ne fossi avverso, semplicemente non mi servivano. Ovviamente, dopo l’arrivo dei Nani, la prospettiva è cambiata. Ho riscoperto i luoghi di quando “papà era piccolo” e ho ritrovato interesse per le aree urbane verdi, attrezzate o no.
Ho scoperto che dalle mie parti il contesto è un po’ cambiato, rispetto a qualche decina di anni fa. Banalità. Il libero gioco del pallone è impedito dal proliferare delle strutture da “corsi di sopravvivenza per manager”, i ragazzini sono spariti (tutti al pc o alla playstation?), i bimbi sono molto piccoli, le altalene non bastano mai.
I veri padroni dei giardini, oggi, sono i cani. Nella mia sfortunata esperienza periferica, vi è traccia di loro praticamente ovunque. Che si vedano oppure no. E quando appaiono non posso fare a meno di ragionare sull’evoluzione dei complessi della specie umana. Che fine hanno fatto i collie, che noi chiamavamo Lessie? E i border collie? I dalmata? I cocker? I barboncini? E i setter, dove sono i setter?
Un tempo ogni tanto compariva un doberman con guinzaglio e museruola. E tutti tremavamo di paura. Oggi se ai giardini si appalesa un doberman libero tiro un sospiro di sollievo.
Ho trovato un metodo per tentare di capire se il molosso di turno è potenzialmente pericoloso oppure no: guardo il padrone. Se muove le orecchie, meglio cambiare aria.
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