Scontri e bande di ragazzini a Milano: come parlarne con i figli preadolescenti
Scontri e saccheggi nel centro di Milano nel weekend: 200 fermati, l’80% minorenni e decine di genitori in attesa fuori dalla Questura. Immagini che girano sui social e arrivano ai nostri figli, spaventandoli, confondendoli o, in alcuni casi, attirandoli. Come parlarne in famiglia? Lo abbiamo chiesto a due esperti: Giuseppe Pelosi, preside del Liceo delle Scienze Umane Sant’Angela Merici di Milano, e Daniele Novara, pedagogista, fondatore e direttore del Cpp – Centro Psicopedagogico che avverte i genitori e gli insegnanti: “Gli “spiegoni” con i ragazzi non funzionano”.
Chi sono i ragazzi coinvolti negli scontri di Milano?
Non ci sono capi con cui trattare, organizzazioni da monitorare o servizi d’ordine con cui concordare i percorsi: a differenza delle manifestazioni tradizionali, qui ci sono ragazzini che si danno appuntamento sui social, arrivano in piazza e rivendicano cose diverse, senza nessuno in grado di fermarli. Sono giovanissimi, spesso minorenni. Non sono politicizzati: non c’è un intento politico, ma il bisogno di sfogare rabbia e di farsi sentire. Molti sono di seconda generazione, ma non solo e in gran parte arrivano dalle periferie, con un senso di marginalità. TikTok è il canale di convocazione e racconto. C’è poi un effetto di trascinamento di tutti i ragazzini che non si occupano di politica e non vanno ai cortei, ma condividono rabbia, abbigliamento e linguaggio social.
Come parlare con i figli degli scontri del weekend nel centro di Milano
I consigli di Giuseppe Pelosi, preside del Liceo delle Scienze Umane Sant’Angela Merici di Milano
1. Parlarne, e far parlare i ragazzi. Se ne deve parlare per forza: non parlarne significa abdicare al ruolo educativo e lasciare che siano altri a rispondere alle domande dei nostri figli. Di certe cose voglio parlare io, condividere il mio ragionamento, perché i ragazzi hanno bisogno di misurarsi con un’opinione. Dire “sono solo vandali” non funziona: bisogna partire da ciò che dicono loro e poi dire la nostra. Ma bisogna anche farli parlare: abbiamo un po’ perso la fatica di dialogare. Non è un problema se non la pensiamo allo stesso modo; l’importante è che capiscano che esiste una prospettiva diversa e che noi proviamo a capire il loro sguardo. Si può comprendere la motivazione senza giustificare il modo sbagliato in cui ci si scatena.
2. Guardare le immagini insieme. Le immagini ci fanno perdere la distinzione tra vero e finto, tra realtà e fiction: quelle scene somigliano a un videogioco, ma non lo sono, è una città vera. Per questo scatta la paura, perché non siamo abituati. Guardarle e interpretarle insieme aiuta a recuperare lucidità. Poi c’è un concetto difficile da spiegare ai più piccoli, l’eterogenesi dei fini: si parte per una causa giusta e si ottiene un risultato sbagliato. Con i ragazzi delle superiori è più facile: penso a Renzo Tramaglino nell’assalto ai forni dei Promessi Sposi. Rompendo i forni, domani non avremo più pane di oggi. Una rivendicazione può essere giusta, ma la violenza non è la strada, e la folla è sempre più folle del singolo.
3. Ricordare che la rabbia non è nuova, accogliere la paura e rispondere con coraggio. I giovani non sono peggiori di quelli di una volta: la rabbia c’è sempre stata. I cavalieri dell’Ariosto che lottavano fra loro erano figli non primogeniti senza terra e per questo erano arrabbiati. La differenza è che quell’energia va incanalata: la domanda è come trasformarla in qualcosa di positivo. Ci si può ragionare insieme ai figli. La musica rock è nata dalla rabbia. Meglio sempre trasmettere positività e rassicurazione: non è un’epoca peggiore, cose simili sono già accadute e si possono affrontare.
Daniele Novara, pedagogista, fondatore e direttore del Cpp – Centro Psicopedagogico
1. La scuola deve parlarne. Cosa è successo nel weekend? Parliamone. È un errore non far discutere i ragazzi. La scuola non deve limitarsi ad ascoltarli genericamente, ma farli confrontare tra loro con un metodo maieutico, come laboratorio di cittadinanza. Dopo tanto tempo, passato nella vita virtuale, i ragazzi hanno bisogno di essere aiutati a vivere e a vivere anche lo scontro ed è compito della scuola farlo.
2. In famiglia, poche parole e limiti chiari. Ci sono due cose da dire ai figli: la violenza non è consentita, la vita è il contrario della violenza e bisogna imparare a gestire contrarietà e rabbia in altri modi. Il tutto va detto in tre minuti: più il discorso è asciutto, più viene assorbito. Gli “spiegoni” con i ragazzi non funzionano.
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