Scuola e violenza: perché metal detector e punizioni non servono secondo Daniele Novara

 “Quando gli adulti hanno paura smettono di educare. Servono genitori che facciano meno psicologismo e docenti che insegnino a stare nel conflitto”. Ecco come fare


“Quando gli adulti hanno paura, smettono di educare e perdono il loro ruolo”. È chiaro Daniele Novara, pedagogista, fondatore e direttore del Cpp – Centro Psicopedagogico, e appena uscito in libreria con il nuovo libro Il papà peluche non serve a nulla. Dopo l’omicidio in classe a La Spezia e il dibattito pubblico sulle preoccupazioni di professori e genitori e la proposta di metal detector nelle scuole Daniele Novara dice che la strada non passa da metal detector e punizioni, ma da un rilancio culturale dell’educazione: meno psicologismo, meno paura, più responsabilità adulta. “I figli adolescenti non hanno bisogno di genitori-terapeuti, ma di adulti capaci di guidare, contenere e insegnare a stare nel conflitto. Quando smettiamo di farlo, non proteggiamo i ragazzi: li lasciamo soli”.

METAL DETECTOR A SCUOLA, VIOLENZA GIOVANILE E PAURA DEGLI ADULTI: L’INTERVISTA A DANIELE NOVARA

 

Il metal detector nelle scuole è una risposta utile alla paura degli adulti?

No, non serve a nulla ed è un errore. La scuola non è un centro di recupero della criminalità giovanile e non può usare strumenti polizieschi. Il metal detector manda un segnale inquietante: sposta il baricentro della scuola da comunità di apprendimento a luogo di controllo. È sbagliato nel significato, prima ancora che nella pratica. Aumenterà la tensione, non la sicurezza.

Dopo quanto accaduto a La Spezia, molti parlano di punizioni più severe. Servono?

Ma cosa c’entrano la punizione e il metal detector con quello che è successo? A La Spezia c’è stata una disattenzione. Ma non risolvi nulla con la punizione e il controllo. Risolvi facendo una scuola dove si lavora sulle relazioni e le differenze e dove si impara a vivere a gestire i conflitti.

Si parla di un’ondata di violenza giovanile. È reale?

È un clima politico e mediatico, non è una tendenza reale. Se guardiamo i dati, la violenza giovanile è in calo. È la percezione del problema ad essere in aumento. Accendiamo la tv o i social e vediamo solo guerre, conflitti, violenza. Questo crea un immaginario distorto. Dobbiamo essere contenti che ci sia più sensibilità, ma è un tema di attenzione educativa. E invece in termini psichiatrici o criminali si sta demonizzando una generazione, che è in realtà la più docile da anni. Sono depressi, hanno tendenze autolesive e il 20% dei ragazzi è ritirata, sta chiusa in casa. Su questo non si lavora, perché è complicato. Ma si parla solo dei “maranza”.

I professori chiedono aiuto.  Che cosa dovrebbero fare davvero genitori e insegnanti?

Siamo noi adulti a chiedere aiuto, ed è imbarazzante. La scuola dovrebbe essere il luogo dove queste fragilità vengono intercettate. Dove la relazione è alla base del fare scuola. Se l’insegnante entra, fa lezione, interroga e se ne va, perde il suo ruolo educativo. Nessuno può educare con la paura. Educare significa prendere decisioni e assumersi dei rischi. Non decidere, per paura di sbagliare o di essere impopolari, significa non educare. La scuola deve tornare a essere un luogo dove si discute, si impara a stare nei conflitti, non solo ad ascoltare passivamente.

ADOLESCENTI, VIOLENZA E ISOLAMENTO: DI COSA DOVREBBERO PREOCCUPARSI I GENITORI

 

Cosa deve preoccupare i genitori di adolescenti oggi e cosa fare concretamente?

Preoccupatevi quando i vostri figli si isolano. Ne abbiamo troppi, ed è lì che c’è il vero pericolo. Preoccupatevi di alcol e droga a 14 anni. Cosa fare oggi? Allenare i ragazzi alle competenze per saper vivere, che significa saper gestire i conflitti, le frustrazioni, le contrarietà. La società è piena di urticanti difficoltà relazionali, la vita è saper gestire le difficoltà delle relazioni.

Chi dovrebbe insegnarle?

La famiglia, certo. Ma soprattutto la scuola. Oggi a scuola non si discute più. Non si insegna la comunicazione nei contesti in cui non ti danno ragione. E invece è fondamentale: sapere stare con gli altri quando non sei d’accordo è la base dell’educazione affettiva. I genitori dovrebbero aiutare, ma anche chiedere alla scuola di tornare a farlo.

“IL PAPÀ PELUCHE NON SERVE A NULLA”: IL RUOLO EDUCATIVO DEL PADRE OGGI SECONDO DANIELE NOVARA

 

Nel suo nuovo libro parla di “papà peluche”. Chi è?

È il padre che, per paura di non essere amato, rinuncia al suo ruolo educativo. Viviamo in un’epoca narcisistica, dove tutti vogliamo i like, anche dai figli. Mettere un limite diventa difficile perché temiamo il conflitto. Ma così non educhiamo, creiamo rapporti amicali.

Che ruolo dovrebbe avere il padre oggi?

Educare significa due cose: saper mettere limiti e saper infondere coraggio. Questa è storicamente la funzione paterna. Il problema è che, dopo la fine del padre autoritario, non abbiamo trovato una nuova collocazione. Il padre è diventato l’opposto del padre padrone: il papà peluche.

E questo ha conseguenze sugli adolescenti?

Sì. Serve il padre nell’adolescenza. Le mamme devono fare un passo indietro in questa fase. Il padre prende la staffetta educativa, sempre in squadra con la madre. Dietro molti ragazzi persi, anche dietro certi comportamenti violenti, c’è un’orfanità paterna. Non imitano un padre violento: spesso un padre non c’è.

 

 

Image pic by  Erik Mclean on Pexels


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